Archive for the 'SoloGramsci (a cura di Manuela Cavalieri)' Category

Opinion leader

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Ha scritto Villiers de l’Isle-Adam: «Se uno ti ingiuria rifletti che egli ingiuria l’idea che si è fatta di te, cioè se stesso». I lettori di giornali dovrebbero sempre tener presente questa massima e applicarla a tutti i giudizi coi quali si cerca di condurre il loro pensiero verso un determinato indirizzo.

Il disordine, Sotto la Mole, Avanti! 17 luglio 1918

Agosto 15 2010 | SoloGramsci (a cura di Manuela Cavalieri) | No Comments »

La Massoneria

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L’attività del lo Stato disuguale e poliziesca, che obbliga all’ipocrisia, al sotterfugio furbesco: il predominio delle consorterie locali che perseguitano tutti i non simpatici alla clientela: l’assenza assoluta di controllo, che lascia impuniti i peggiori soprusi, e interrorisce i tranquilli ed onesti. E tutto questo complesso di circostanze fa sorgere l’altra attività associativa. I fini particolari trionfano: si vuole ottenerli senza lavoro e sacrifizio. La massoneria è l’associazione tipica per questo lavoro. La furberia, la violenza, l’inganno, la frode sostituiscono l’attività produttrice di idee e di opere. Si aggruppano solo perché l’unione fa la forza, perché il numero spaventa il deputato che vorrebbe negare un sussidio o un favore particolare, perché il numero dei votanti è l’unica giustificazione di certi ordini del giorno, perché il numero rende piú facile una grassazione.
(Sotto la Mole, 14 febbraio 1918).

Già da tempo la massoneria fa e disfà le cose italiane, ha avuto suoi accoliti al dicastero dei culti, e non ha mai pensato di colpire veramente il clericalismo nella sua radice piú vitale. È la storia che si afferma malgrado tutto, malgrado la stessa massoneria, è il capitalismo che cerca uno sviluppo anche nelle terre dove piú a lungo, per malvagità di uomini e di governi, si è mantenuto vivo il sistema feudale, l’inalienabilità degli strumenti di lavoro, la morale del servaggio, il dominio delle cricche, la disonestà amministrativa. I preti rappresentano meglio questa tradizione, questo sistema, e la borghesia nascente del luogo cerca liberarsene, poiché la borghesia piú evoluta del settentrione non ha, attraverso lo Stato, provveduto prima, e invece si è servita di quel sistema, di quella tradizione per arricchire meglio i suoi ceti improduttivi e poltroni.
(Sotto la Mole, 5 aprile 1918).

Che cos’è la massoneria? Voi avete fatto molte parole sul significato spirituale, sulle correnti ideologiche che essa rappresenta, ecc.; ma tutte queste sono forme di espressione di cui voi vi servite solo per ingannarvi reciprocamente, sapendo di farlo.
La massoneria, dato il modo con cui si è costituita l’Italia in unità, data la debolezza iniziale della borghesia capitalistica italiana, la massoneria è stata l’unico partito reale ed efficiente che la classe borghese ha avuto per lungo tempo.
(Discorso pronunciato alla Camera il 16 maggio 1925)

Luglio 16 2010 | SoloGramsci (a cura di Manuela Cavalieri) | No Comments »

Censura. Il vecchio italiano non comprende un potere senza repressioni

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Una volta, due volte, tre volte… Scrivi e raschiano, scrivi e raschiano… Intingi la penna, la mano rimane a mezz’aria, titubante. Il cervello è impastoiato, non trasmette alla mano, alle dita, l’impulso a muoversi. La mano cala sulla carta e la punta d’acciaio passeggia sul biancore descrivendo complicatissimi ghirigori, labirinti senza uscita. Si cerca affannosamente l’uscita. Il pensiero si assottiglia nell’angustia, bussa alle pareti per cercar di vedere se esse si spalanchino in una sortita possibile. Si incomincia. Si cancella. Si ricomincia. L’espressione fluisce, il lavorio di conglutinamento delle frasi, dei periodi, riposa, allenta lo sforzo iniziale. Si è persuasi d’aver trovato l’equilibrio necessario tra i bisogni della propria sincerità e le aggressioni irrazionali della censura. Si aspetta trepidanti. Sicuro, trepidanti, perché amiamo tutto ciò che ci ha domandato uno sforzo per nascere, per estrinsecarsi. Sentiamo le stesse impressioni di una volta, dinanzi agli esaminatori, con questa differenza: che negli esaminatori eravamo persuasi di aver a che fare con individui assolutamente superiori, che avevano veramente la capacità di giudicare dei nostri sforzi, dei nostri meriti. Adesso sentiamo invece l’incapacità assoluta, l’impreparazione assoluta, in chi, armato di matita, come allora, giudica e manda. Ma un’uguaglianza c’è, tra gli uni e gli altri: sentiamo che un’uguaglianza c’è. Ci troviamo ora, come allora, dinanzi a italiani, a vecchi italiani (anche se giovanissimi nel tempo) che non danno nessuna importanza agli altri, al lavoro, allo sforzo degli altri, alla personalità morale degli altri. Che, detentori per un momento di un potere (anche se piccolo potere), vogliono lasciare una traccia di esso, una traccia quanto è possibile maggiore. Il vecchio italiano non è abituato alla libertà: e non già alla libertà con L maiuscolo, astrazione ideologica, ma la piccola, concreta libertà, che si esprime nel rispetto degli altri, del lavoro, degli sforzi, della personalità e dei bisogni morali degli altri: che abbassa le piccole, esasperanti, inutili irritazioni: che impone, a chi ha il potere (sia pure un piccolo potere), di evitare anche l’apparenza di un’ingiustizia, di un sopruso. Che ha fiducia nelle energie buone degli uomini, e non passa l’erpice su un campo di grano per distruggere quattro papaveri e mezza dozzina di teneri steli di loglio. Che crede anzi naturale che così sia, che al grano si mescoli loglio e papavero, perché una vita collettiva è sana solo quando c’è lotta, attrito, urto di sentimenti e passioni, e solo nella lotta si rivelano i forti, gli indispensabili, gli uomini di fede e d’azione che chiudono la bocca alla critica agendo fortemente. Ma il vecchio italiano non comprende un potere senza repressioni: se in Italia ci fosse la pena di morte, e nessuno cadesse sotto questa sanzione, il carnefice per non stare con le mani in mano diventerebbe mandatario di assassinii e di stupri, per poter lavorare i suoi complici. Così come in molti paesi dell’Italia meridionale le guardie campestri danneggiano esse stesse la proprietà privata per far sentire la propria indispensabilità. Così come il censore, per far sentire quanto faticoso ed improbo sia il suo ufficio, cancella, cancella, cancella tutto tutto tutto, grano e papaveri, lavoro e noia, bene e male. E la penna continua a tracciare ghirigori, aspettando perché sente che questa barbarie (la confusione nei criteri, l’arbitrio, il sopruso è barbarie) si esaurirà nella propria rabbia.


“Ghirigori”, Sotto la Mole, Avanti!, ediz. piemontese, 14 novembre 1917

Luglio 10 2010 | SoloGramsci (a cura di Manuela Cavalieri) | No Comments »

Il Tempo

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“Il tempo è la cosa più importante: esso è un semplice pseudonimo della vita”.

Antonio Gramsci
Lettere dal carcere, 2 luglio 1933

Giugno 26 2010 | SoloGramsci (a cura di Manuela Cavalieri) | No Comments »

Imprevisti

La cronaca — quasi come la storia — è fatta d’imprevisti.


Antonio Gramsci
Sotto la Mole

Maggio 06 2010 | SoloGramsci (a cura di Manuela Cavalieri) | No Comments »

Gramsci

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Volete che chi è stato fino a ieri uno schiavo diventi un uomo?
Incominciate a trattarlo, sempre, come un uomo, e il piú grande passo in avanti sarà già fatto.


Antonio Gramsci
L’Ordine Nuovo, 27 dicembre 1919, sotto la rubrica «Cronache dell’Ordine Nuovo»

Aprile 18 2010 | SoloGramsci (a cura di Manuela Cavalieri) | No Comments »

QUISTIONI DI DIRITTO

 

C’è il sacro diritto della difesa e bisogna rispettarlo, anche se per esso l’untorello che ha per leggerezza o per necessità commesso un fallo debba accontentarsi di un avvocatuzzo d’ufficio, e si permette che dei ladri in grande col frutto del mestiere assoldino legulei
di grido che sappiano a dovere muovere gli affetti. Ma che il rappresentante di un corpo elettorale, il mandatario degli interessi pubblici, ricorra ai sistemi curialeschi anche fuori delle sedi competenti, e abusando della sua forza dialettica (ohibò! quanta esagerazione in fondo), cerchi di ridurre a vana schermaglia di parole vuote di significato una quistione che involge un principio di rettitudine amministrativa e di scrupolosità civica, è demagogico, è abietto. Imbonire i giurati è un dovere dell’avvocato, secondo la morale corrente; ma cercare di imbonire i colleghi del consiglio con l’agilità da saltimbanco della logica formale, se la sentenza non deve essere data subito, è anche discretamente idiota.


Antonio Gramsci
Sotto la Mole 1916-1920
3 marzo 1916

Marzo 09 2010 | SoloGramsci (a cura di Manuela Cavalieri) | No Comments »

IL RITMO DELLA STORIA

La legge essenziale dell’uomo è il ritmo della libertà, la storia del genere umano è un processo ininterrotto e indefinito di liberazione.


Antonio Gramsci
L’Ordine Nuovo, 20-27 settembre 1919

Febbraio 09 2010 | SoloGramsci (a cura di Manuela Cavalieri) | No Comments »

La fama

Ti voglio, per esempio, come intermezzo alla descrizione del mio viaggio in questo mondo così grande e terribile, dire qualcosa intorno a me stesso e alla mia fama, di molto divertente. Io non sono conosciuto all’infuori di una cerchia abbastanza ristretta; il mio nome è storpiato perciò in tutti i modi più inverosimili: Gramasci, Granusci, Grámisci, Granísci, Gramásci, fino a Garamáscon, con tutti gli intermedi più bizzarri. A Palermo, durante una certa attesa per il controllo dei bagagli, incontrai in un deposito un gruppo di operai torinesi diretti al confino; insieme a loro era un formidabile tipo di anarchico ultra individualista, noto coll’indicazione di «Unico» che rifiuta di confidare a chiunque, ma specialmente alla polizia e alle autorità in generale, le sue generalità: «sono l’Unico e basta», ecco la sua risposta. Nella folla che attendeva, l’Unico riconobbe tra i criminali comuni (mafiosi) un altro tipo, siciliano (l’Unico deve essere napoletano o giù di lì), arrestato per motivi compositi, tra il politico e il comune, e si passò alle presentazioni.
Mi presentò: l’altro mi guardò a lungo, poi domandò: «Gramsci, Antonio?» Sí, Antonio!, risposi. «Non può essere, replicò, perché Antonio Gramsci deve essere un gigante e non un uomo cosí piccolo». — Non disse più nulla, si ritirò in un angolo, si sedette su uno strumento innominabile e stette, come Mario sulle rovine di Cartagine, a meditare sulle proprie illusioni perdute. Evitò accuratamente di parlare ancora con me durante il tempo in cui restammo ancora nello stesso camerone e non mi salutò quando ci separarono. Un altro episodio simile mi successe più tardi, ma, credo, ancor più interessante e complesso.

Stavamo per partire; i carabinieri di scorta ci avevano già messo i ferri e le catene; ero stato legato in un modo nuovo e spiacevolissimo, poiché i ferri mi tenevano i polsi rigidamente, essendo l’osso del polso fuori del ferro e battendo contro il ferro stesso in modo doloroso. Entrò il capo scorta, un brigadiere gigantesco, che nel fare l’appello si fermò al mio nome e mi domandò se ero parente del «famoso deputato Gramsci». Risposi che ero io stesso quell’uomo e mi osservò con sguardo compassionevole e mormorando qualcosa di incomprensibile. A tutte le fermate lo sentii che parlava di me, sempre qualificandomi come il «famoso deputato», nei crocchi che si formavano intorno al cellulare (devo aggiungere che mi aveva fatto mettere i ferri in modo più sopportabile), tanto che, dato il vento che spira, pensavo che, oltre tutto, potevo avere anche qualche bastonata da qualche esaltato. A un certo momento, il brigadiere, che aveva viaggiato nel secondo cellulare, passò in quello dove mi trovavo io e attaccò discorso. Era un tipo straordinariamente interessante e bizzarro, pieno di «bisogni metafisici», come direbbe Schopenhauer, ma che riusciva a soddisfarli nel modo più bislacco e disordinato che si possa immaginare. Mi disse che si era immaginato sempre la mia persona come «ciclopica» e che era molto disilluso da questo punto di vista. Leggeva allora un libro di M. Mariani, l’Equilibrio degli egoismi, e aveva appena finito di leggere un libro di un certo Paolo Gilles, di confutazione al marxismo. Io mi guardai bene dal dirgli che il Gilles era un anarchico francese senza nessuna qualifica scientifica o d’altro: mi piaceva sentirlo parlare con grande entusiasmo di tante idee e nozioni disparate e sconnesse, come può parlarne un autodidatta intelligente ma senza disciplina e metodo. A un certo punto cominciò a chiamarmi «maestro». Mi sono divertito un mondo, come puoi immaginare. E così ho fatto l’esperienza della mia «fama». Che te ne pare?

 

Antonio Gramsci, Lettere dal carcere
Lettera alla cognata Tatiana Schucht
19 febbraio 1927

Gennaio 27 2010 | SoloGramsci (a cura di Manuela Cavalieri) | No Comments »

Riforme

 Può esserci riforma culturale e cioè elevamento civile degli strati depressi della società, senza una precedente riforma economica e un mutamento nella posizione sociale e nel mondo economico? Perciò una riforma intellettuale e morale non può non essere legata a un programma di riforma economica, anzi il programma di riforma economica è appunto il modo concreto con cui si presenta ogni riforma intellettuale e morale.

 

Antonio Gramsci
Quaderni del carcere
Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo stato moderno.

Gennaio 11 2010 | SoloGramsci (a cura di Manuela Cavalieri) | No Comments »

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