Antonello Caporale

L’altra verità su medici e ospedali

Chi si arricchisce e chi si ferma a uno stipendio da serie c.
Chi è costretto a sessant’anni a trascorrere la notte del ferragosto in corsia e chi inaugura l’ultimo yacht ad Ansedonia.
Com’è possibile che nello stesso ospedale le buste paga ci siano così clamorosamente diverse? Quali relazioni, quali coperture e quali trucchi servono per legare pochi a indennità d’oro? A Piccola Italia, dopo la pubblicazione di alcuni scandalosi redditi agguantati nei meandri di una normativa che allarga le maglie della discrezionalità e premia i pochi e soliti noti, sono giunte testimonianze che raccontano un’altra verità sui medici e sugli ospedali. Sull’Italia e su questo cattivo tempo.
Giuseppe è pediatra oncologo, vive e lavora a Perugia: “Arrivo a circa 52 mila euro scarsi l’anno, ho 36 anni, ho due figli e moglie a carico. E sono precario. Sono specialista in oncologia, lavoro come pediatra oncologo, ho un dottorato di ricerca in ematologia e diversi altri post-it nel mio curriculum. Perché dico questo? Perché della smania e della voglia di essere “medico” non me ne resta più traccia. Della passione iniziale adesso solo routine. In reparto siamo in quattro e facciamo turni massacranti, un week end libero al mese. Non abbiamo diritto a ferie scientifiche o di aggiornamento. Non ci viene pagato lo straordinario che facciamo e ci viene imposto di ridurre le ore di accesso notturno. L’assistenza ai malati del nostro reparto è lasciata al nostro buon cuore e al rimorso che un giorno in più di ferie possa essere troppo per loro. Ed oggi leggo di illustri colleghi che prendono fino a 600 mila l’euro l’anno. Io che non ho tempo per me ed i miei figli, che devo pregare la banca per un fido di 3000 euro, cos’altro devo aspettarmi da questa Italietta? E loro come fanno ad arrivare a tali retribuzioni? Che tristezza ed amarezza”. leggi tutto »

Agosto 20 2010 | Antonello Caporale | 1 Comment »

Lo stipendio dei medici, più “l’altro” e la trasparenza fa trasparire molto poco

La legge Brunetta avrebbe imposto di mettere on line i redditi, ma un viaggio tra varie Asl rivela che su questo fronte ben poco è stato fatto. E quel che si può sapere suscita brutti pensieri: le prestazioni straordinarie gonfiano le retribuzioni.


Tu hai uno stipendio, e poi un altro. Altro è la formula con cui alcune aziende sanitarie raccontano le retribuzioni integrative dei propri medici. Altro non significa altro che il monte di ore straordinarie pagate ad alcuni per sopperire le carenze di personale, i vuoti in corsia e in laboratorio, in radiologia e in anestesia. Altro non è che un modo per illustrare quanto siano a volte iniqui i tagli, quanto spreco produca l’azzeramento di ogni ingresso negli organici della sanità. Altro non è che il fondale contro cui periscono i professionisti giovani e disoccupati, perennemente poveri. A fronte della ricchezza ulteriore di chi già gode di ottimi stipendi. La parola altro, in questo caso, conferma definitivamente che l’Italia è destinato a rimanere un Paese per vecchi. Non c’è speranza né futuro per chi sia all’inizio della carriera e non sia figlio di papà. Porte sbarrate. leggi tutto »

Agosto 20 2010 | Antonello Caporale | No Comments »

L’autoassunzione di Gallarate

L’autoassunzione è una nuova frontiera che si raggiunge, un obiettivo che finalmente si centra nello statico panorama politico italiano. C’è da scommettere che sarà presto emulato.
A Gallarate Gioacchino Caianiello, già presidente di una azienda municipalizzata (AMSC, Impianti e Servizi) nonché amministratore delegato o consigliere di amministrazione o anche presidente delle altre quattro (l’opposizione ne conta invece nove) società collegate e/o controllate, sciogliendo la riserva ha deciso di accettare l’incarico di direttore generale dell’impresa pubblica lombarda da lui condotta. Finalmente Caianiello (“Un sorriso a sostegno di Formigoni”, il suo ridente slogan elettorale) potrà esercitare le proprie indubitabili capacità amministrative nella nuova veste dirigenziale con contratto a tempo indeterminato e retribuzione adeguata al livello delle capacità e delle responsabilità. “Sono un gran lavoratore” spiegò dodici mesi fa quando Piccola Italia si interessò alla gran mole di poltrone occupate dal suo corpo.
Adesso, nel preciso segno di questo tempo, la delibera dell’ultima assunzione interna corporis assume come idea fondante il vecchio adagio che chi fa per sé fa per tre. L’uomo politico del centrodestra del ricco hinterland milanese (“sono un fan di Dell’Utri e dell’onorevole Abelli”) si avvia al primato delle deleghe in deroga.
La larga provincia italiana è sempre un po’ più avanti di Roma. E non è mai troppo vero che per illustrare la scena principale bisogna inquadrarla dai dettagli. La cronaca politica minuta offre esempi luminosi dell’assoluta impermeabilità al rispetto di un decoro pubblico minimo. E’ il convincimento che tutto sia possibile e anche qualcosa di più se al riparo da occhi indiscreti.
La Gelmini per esempio ha affidato al sottosegretario Giuseppe Pizza, nominato nel ruolo in quanto detentore del simbolo Dc, poche briciole di potere. Tra le briciole è toccata a Pizza la gestione e la nomina dell’Ente Santissima Trinità e Paradiso che governa a Vico Equense, sulla costa sorrentina, un seicentesco complesso monumentale adibito a plesso scolastico. E Pizza, segretario di un partito invisibile e inesistente, ha destinato al suo piccolo dominio ogni attenzione. Ha immediatamente nominato il suo vice segretario Aniello Di Vuolo presidente del nuovo consiglio di amministrazione e Di Vuolo ha cooptato nel consiglio il suo secondo collega vicesegretario (quattro sono purtroppo i vice di Pizza) Achille Abbiati. Per non sbagliare il terzo consigliere è stato scelto tra i membri della vasta assemblea nazionale della Dc, Marco Romano.
Il terzetto (quartetto con Pizza) ha trasferito sulla Santissima Trinità ogni energia e attenzione promuovendo per il convento una nuova e moderna vita. Bambini e scolari di ogni ordine sono in via di trasferimento e malgrado la notevolissima protesta delle mamme (più di duemila le firme chiedono il mantenimento del loro convento alla funzione tipica di plesso scolastico) la decisione sembra presa.
La politica ha sempre bisogno di spazi e di luce per dare respiro e trasparenza alle proprie scelte. E così a Battipaglia, provincia di Salerno, il municipio è stato trasferito, nelle sua attività principali, nello stadio. Proprio così, al di sotto delle tribune e vicino gli spogliatoi, gli uffici municipali aprono le loro porte ai cittadini.
La scelta risale a trent’anni fa quando il terremoto lesionò la vecchia casa municipale. Decenni a valutare un progetto di ricostruzione, e decenni a misurare, scegliere, calibrare gli interventi di restauro del palazzo di Città. Uno studio certosino e sicuramente costato parecchie varianti in corso d’opera.
I battipagliesi, silenti e concordi, non hanno mai aperto bocca, anzi hanno visto nel collegamento manto erboso- ufficio tecnico una novità apprezzabile, tutto sommato persino stimabile. Infatti mai è mancato il sostegno popolare a varie amministrazioni (per lo più di centro destra, ma il centro sinistra offre le medesime garanzie di inazione) che hanno continuato – nel perdurante litigio – a ritenere che soltanto chi fa sbaglia. Loro non hanno fatto nulla, per cui…

Agosto 07 2010 | Antonello Caporale | 5 Comments »

Zona franca

Dalla tomba del tuffatore alla culla del truffatore

di Valerio Calabrese

Più di Agrigento poté Paestum. Dinnanzi alla maestosità delle cifre e alla spregiudicatezza della colonia achea del Comune di Capaccio (SA), nemmeno la celeberrima valle dei templi agrigentina, pur nota per essere sfregiata da 600 tra case e villette abusive, può reggere il confronto. Eh sì, perché entro o immediatamente a ridosso del perimetro delle mura dell’antica Poseidonia, l’agenzia delle entrate ha scovato ben 3.597 case fantasma, ovvero abusive. Paestum è il paradigma della contraddizione italiana. La città, fondata dai sibariti nel VI sec. a.C., è infatti l’unica area archeologica d’Italia ad avere una legge ad hoc che la tuteli, la numero 220 del ’57. La legge fu scritta e voluta dal celebre archeologo Umberto Zanotti Bianco che, confinato a Pastum dal regime fascista, portò alla luce lo splendido santuario di Hera Argiva alla foce del fiume Sele e impiegò la sua vita e la sua attività parlamentare per la tutela del sito archeologico.
Nei suoi 4 brevi articoli, la L.220/57, sancisce il divieto assoluto di costruzione nel raggio di un chilometro dalle mura della città antica. Una deroga è posta ai lavori di pubblica utilità, ma inutile dire che anche dentro le mura si è costruito, e tanto. Finanche il Museo archeologico Nazionale, che custodisce tesori di rilievo mondiale come le lastre dipinte della Tomba del Tuffatore, risulta “abusivo” rispetto alla Zanotti Bianco, di cui è coevo. L’archeologo Emanuele Greco da anni porta avanti la sua personale battaglia sulla delocalizzazione del Museo, perché costruito sull’agorà e perché ormai piccolo per ospitare tutti i reperti pestani. E chissà fino a quando basteranno i 5 milioni di euro spesi per la messa a norma del museo lungo gli ultimi 10 anni. leggi tutto »

Agosto 31 2010 | Zona franca | No Comments »

Spreco e arena

stadio S.Anna
stadio S.Anna

di Valerio Calabrese

Il puzzo di sudore, la polvere alzata da un pallone saltellante, le urla sgolate del mister dalla panchina, sono quanto di più coinvolgente possa avvenire in un rettangolo di gioco. Assistervi ad oltre cinquanta metri di distanza, invece, è tutta un’altra storia. Ma può la distanza tra pubblico e calciatori influire sulla rese di una squadra? A Battipaglia, nel salernitano, pare proprio di sì. Dopo anni di deprimenti retrocessioni e mancate promozioni si è capito che il problema della Battipagliese non erano i soldi, né i nomi dei calciatori o degli allenatori, ma il campo di gioco. Nell’Italia dello spreco e dell’ignavia accade anche che dal 1989, sia ancora in fase di completamento uno stadio progettato per ospitare allenamenti e ritiri delle squadre di Italia ’90. Venti anni dopo, lo stadio “L. Pastena” non è ancora completo. Il settore distinti permane allo stato grezzo, la tribuna invece è grosso modo completa, tanto da aver ospitato lungo gli ultimi 15 anni numerosi ed importanti uffici comunali, da oggi anch’essi in via di trasferimento. Un manto erboso, una pista di atletica, 20.000 posti a sedere, 20 miliardi di lire spesi e una squadra che non riesce ad uscire dalle sabbie mobili del campionato di Eccellenza. Lunghi anni di pene per i tifosi bianconeri (i colori sociali del club), che esausti l’anno scorso hanno sfidato squadra ed amministrazione comunale. “Vogliamo che la squadra torni a giocare al vecchio campo comunale” asserirono dinnanzi al sindaco. “Va bene!” gli rispose il primo cittadino, ponendo però una condizione, che i lavori d’ammodernamento e di adeguamento alle regole imposte dalla FIGC fossero realizzati a costo zero per l’Ente (ovviamente deficitario). Spinto dall’amore per la propria squadra del cuore, anche un ultrà può improvvisarsi muratore. I lavori sono costati poche migliaia di euro. Quest’anno la squadra ha vinto il campionato con diverse giornate di anticipo. Il contatto col pubblico, oggi a ridosso del terreno di gioco, l’ha spinta a correre di più, a tirare fuori grinta e coraggio. Lo stadio in erba di Italia ’90 intanto resta vuoto, in disuso colpevole a imperitura memoria, a discapito di un terreno di sabbia e terra battuta, ora glorioso. Lo spreco può assumere forme e strade imprevedibili, e arrecare talvolta danni collaterali. Ma la passione sportiva quella sì, può far tornare il sorriso, anche se amaro, anzi, salato.

Agosto 11 2010 | Zona franca | No Comments »

Naplest…mill paur

di Luca Scialò

Ad inizio giugno è stato presentato il progetto “NaplEst”, mirante a rilanciare la zona orientale di Napoli. Consta di 16 progetti, su un’area di 265 ettari, per un investimento pari a 2,3 miliardi (di cui il 95% proveniente da privati), puntando a creare 26 mila nuovi posti di lavoro a regime.
Come ha spiegato nella conferenza stampa di presentazione Marilù Faraone Mennella, Presidente del Comitato promotore di NaplEst denominato “NaplEst Viva, Napoli Vive” che fa capo a 18 imprenditori: «lo slogan dell’operazione è ’Viva, Napoli Vive’ a rimarcare che la città, i suoi uomini, i suoi imprenditori non si rassegnano (…) Noi all’unità del Paese ci crediamo davvero, sbaglia chi dice che tutto quello che riguarda il Mezzogiorno è fumoso, e questo progetto è una risposta concreta a chi la pensa così. Anche qui c’è gente che si rimbocca le maniche, praticando quella ’rivoluzione silenziosa’ di cui si sente il bisogno».
Dei 16 progetti previsti, un intervento è già terminato, ossia il nuovo Auchan in via Argine; tre lo saranno entro il 2011, cinque nel 2013 e gli altri saranno realizzati tra il 2015-2018. leggi tutto »

Agosto 02 2010 | Zona franca | No Comments »

SoloGramsci (a cura di Manuela Cavalieri)

Opinion leader

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Ha scritto Villiers de l’Isle-Adam: «Se uno ti ingiuria rifletti che egli ingiuria l’idea che si è fatta di te, cioè se stesso». I lettori di giornali dovrebbero sempre tener presente questa massima e applicarla a tutti i giudizi coi quali si cerca di condurre il loro pensiero verso un determinato indirizzo.

Il disordine, Sotto la Mole, Avanti! 17 luglio 1918

Agosto 15 2010 | SoloGramsci (a cura di Manuela Cavalieri) | No Comments »

La Massoneria

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L’attività del lo Stato disuguale e poliziesca, che obbliga all’ipocrisia, al sotterfugio furbesco: il predominio delle consorterie locali che perseguitano tutti i non simpatici alla clientela: l’assenza assoluta di controllo, che lascia impuniti i peggiori soprusi, e interrorisce i tranquilli ed onesti. E tutto questo complesso di circostanze fa sorgere l’altra attività associativa. I fini particolari trionfano: si vuole ottenerli senza lavoro e sacrifizio. La massoneria è l’associazione tipica per questo lavoro. La furberia, la violenza, l’inganno, la frode sostituiscono l’attività produttrice di idee e di opere. Si aggruppano solo perché l’unione fa la forza, perché il numero spaventa il deputato che vorrebbe negare un sussidio o un favore particolare, perché il numero dei votanti è l’unica giustificazione di certi ordini del giorno, perché il numero rende piú facile una grassazione.
(Sotto la Mole, 14 febbraio 1918).

Già da tempo la massoneria fa e disfà le cose italiane, ha avuto suoi accoliti al dicastero dei culti, e non ha mai pensato di colpire veramente il clericalismo nella sua radice piú vitale. È la storia che si afferma malgrado tutto, malgrado la stessa massoneria, è il capitalismo che cerca uno sviluppo anche nelle terre dove piú a lungo, per malvagità di uomini e di governi, si è mantenuto vivo il sistema feudale, l’inalienabilità degli strumenti di lavoro, la morale del servaggio, il dominio delle cricche, la disonestà amministrativa. I preti rappresentano meglio questa tradizione, questo sistema, e la borghesia nascente del luogo cerca liberarsene, poiché la borghesia piú evoluta del settentrione non ha, attraverso lo Stato, provveduto prima, e invece si è servita di quel sistema, di quella tradizione per arricchire meglio i suoi ceti improduttivi e poltroni.
(Sotto la Mole, 5 aprile 1918).

Che cos’è la massoneria? Voi avete fatto molte parole sul significato spirituale, sulle correnti ideologiche che essa rappresenta, ecc.; ma tutte queste sono forme di espressione di cui voi vi servite solo per ingannarvi reciprocamente, sapendo di farlo.
La massoneria, dato il modo con cui si è costituita l’Italia in unità, data la debolezza iniziale della borghesia capitalistica italiana, la massoneria è stata l’unico partito reale ed efficiente che la classe borghese ha avuto per lungo tempo.
(Discorso pronunciato alla Camera il 16 maggio 1925)

Luglio 16 2010 | SoloGramsci (a cura di Manuela Cavalieri) | No Comments »

Censura. Il vecchio italiano non comprende un potere senza repressioni

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Una volta, due volte, tre volte… Scrivi e raschiano, scrivi e raschiano… Intingi la penna, la mano rimane a mezz’aria, titubante. Il cervello è impastoiato, non trasmette alla mano, alle dita, l’impulso a muoversi. La mano cala sulla carta e la punta d’acciaio passeggia sul biancore descrivendo complicatissimi ghirigori, labirinti senza uscita. Si cerca affannosamente l’uscita. Il pensiero si assottiglia nell’angustia, bussa alle pareti per cercar di vedere se esse si spalanchino in una sortita possibile. Si incomincia. Si cancella. Si ricomincia. L’espressione fluisce, il lavorio di conglutinamento delle frasi, dei periodi, riposa, allenta lo sforzo iniziale. Si è persuasi d’aver trovato l’equilibrio necessario tra i bisogni della propria sincerità e le aggressioni irrazionali della censura. Si aspetta trepidanti. Sicuro, trepidanti, perché amiamo tutto ciò che ci ha domandato uno sforzo per nascere, per estrinsecarsi. Sentiamo le stesse impressioni di una volta, dinanzi agli esaminatori, con questa differenza: che negli esaminatori eravamo persuasi di aver a che fare con individui assolutamente superiori, che avevano veramente la capacità di giudicare dei nostri sforzi, dei nostri meriti. Adesso sentiamo invece l’incapacità assoluta, l’impreparazione assoluta, in chi, armato di matita, come allora, giudica e manda. Ma un’uguaglianza c’è, tra gli uni e gli altri: sentiamo che un’uguaglianza c’è. Ci troviamo ora, come allora, dinanzi a italiani, a vecchi italiani (anche se giovanissimi nel tempo) che non danno nessuna importanza agli altri, al lavoro, allo sforzo degli altri, alla personalità morale degli altri. Che, detentori per un momento di un potere (anche se piccolo potere), vogliono lasciare una traccia di esso, una traccia quanto è possibile maggiore. Il vecchio italiano non è abituato alla libertà: e non già alla libertà con L maiuscolo, astrazione ideologica, ma la piccola, concreta libertà, che si esprime nel rispetto degli altri, del lavoro, degli sforzi, della personalità e dei bisogni morali degli altri: che abbassa le piccole, esasperanti, inutili irritazioni: che impone, a chi ha il potere (sia pure un piccolo potere), di evitare anche l’apparenza di un’ingiustizia, di un sopruso. Che ha fiducia nelle energie buone degli uomini, e non passa l’erpice su un campo di grano per distruggere quattro papaveri e mezza dozzina di teneri steli di loglio. Che crede anzi naturale che così sia, che al grano si mescoli loglio e papavero, perché una vita collettiva è sana solo quando c’è lotta, attrito, urto di sentimenti e passioni, e solo nella lotta si rivelano i forti, gli indispensabili, gli uomini di fede e d’azione che chiudono la bocca alla critica agendo fortemente. Ma il vecchio italiano non comprende un potere senza repressioni: se in Italia ci fosse la pena di morte, e nessuno cadesse sotto questa sanzione, il carnefice per non stare con le mani in mano diventerebbe mandatario di assassinii e di stupri, per poter lavorare i suoi complici. Così come in molti paesi dell’Italia meridionale le guardie campestri danneggiano esse stesse la proprietà privata per far sentire la propria indispensabilità. Così come il censore, per far sentire quanto faticoso ed improbo sia il suo ufficio, cancella, cancella, cancella tutto tutto tutto, grano e papaveri, lavoro e noia, bene e male. E la penna continua a tracciare ghirigori, aspettando perché sente che questa barbarie (la confusione nei criteri, l’arbitrio, il sopruso è barbarie) si esaurirà nella propria rabbia.


“Ghirigori”, Sotto la Mole, Avanti!, ediz. piemontese, 14 novembre 1917

Luglio 10 2010 | SoloGramsci (a cura di Manuela Cavalieri) | No Comments »